15 novembre 2005

Giapponesi

"Un giornalista e' andato in Corea ed ha comprato due ragazze per 600 dollari"

Emma e Giorgio si incontravano quasi tutte le mattine al caffe' del Corso per la colazione prima di entrare in ufficio.

"E senti quest'altra: in Giappone le ragazzine vendono ai turisti le loro mutande; se le sfilano e gliele vendono sul momento".

A Emma piaceva leggere il giornale, ma , saltata a pie' pari la prima pagina, si soffermava sulla cronaca e specialmente su questo tipo di notizie

"Dimmi cosa ne pensi Giorgio, tu non le compreresti".

"E perche' no"

"Un paio di mutande sporche, e per fartene?"

"Non comprerei delle mutande; in quel caso le prenderei il calore e l' odore, insomma l' intimita' della ragazza, qualcosa di proprio".

"E lei perche' lo fa? spesso non ha bisogno di soldi"

"Forse perche' si sente desiderata a tal punto che qualsiasi oggetto, per il solo fatto di avere toccato il suo corpo ha un valore".

Fu una breve discussione, come tante altre al caffe', ma in ufficio Giorgio non fece che pensare alle ragazzine giapponesi.

Emma lavorava al Ministero delle finanze, segretaria, 20 anni, bionda, magra, piuttosto bella; Giorgio avvocato, 40 anni portati bene.

Si erano conosciuti tre anni prima lavorando nell'ufficio di un avvocato; lei era alla prima esperienza, lui stava per aprire uno studio suo.

Lo fece l'anno dopo e anche Emma ando' a lavorare altrove, ma i due uffici erano vicini e presero l'abitudine di fare colazione insieme al caffe' del Corso, in via Frattina.

"Sai che ieri ho pensato alla storia delle Giapponesi; credo che al fondo ci sia una buona dose di perversione".

Lo sguardo di Emma si illumino' per un attimo, le piaceva sentire che si era appassionato all' argomento.

"Gia', la perversione; e' qui che ti volevo far arrivare. Penso che in tutti ci sia una parte perversa, anche in te Giorgio"

"Infatti io comprerei le mutande"

"Non mi hai detto cosa te ne faresti; voglio indovinare, ma mettimi sulla strada".

Era una calda mattina di giugno e a Giorgio sembro' all'improvviso ancora piu' calda, forse era l'umidita', forse era Emma seduta cosi' vicino…..

"Ti ho detto che comprerei il calore, l'intimita'...."

"Voglio sapere materialmente cosa faresti"

"Non lo so, forse dovrei averle per davvero per saperlo"

Emma era vicinissima e sembrava incoraggiarlo.

"Mi venderesti le tue?"

Il cameriere arrivo' con i due cappuccini.

Emma prese la tazza e giocherello' con il cucchiaino.

"Ti conosco, so quando scherzi e quando dici sul serio. Allora ti rispondo seriamente, quanto mi offri?"

Giorgio bevve tutta la tazza; aveva paura che stavolta la voce gli uscisse afona come gli succedeva quando era emozionato. Si limito' a dire "vediamoci oggi pomeriggio, fisseremo l' accordo"

"Va bene, vieni a casa mia alle cinque"

Emma era completamente calma, Giorgio sbaglio' a pagare il conto e dimentico' di prendere il resto; si sentiva goffo e ridicolo.

E infatti Emma rideva, Giorgio non l'aveva vista mai ridere cosi' di cuore; il sole, fuori dal bar, le illuminava i capelli e lei andava in ufficio con passo sicuro, come tutte le mattine.

Alle cinque Giorgio suono' il campanello:

La casa di Emma era sulla sinistra della scalinata di Trinita' dei monti, sopra il negozio di Bulgari.

Aveva dovuto rallentare il passo e fermarsi in tutte le vetrine di via Condotti per non arrivare in anticipo.

Emma gli apri' e gli sorrise; era seria.

"Accomodati, ti faccio un te?"

Aveva una camicia lilla ed una gonna grigia, un po' larga ai fianchi, non gliele aveva mai viste, non sembrava nemmeno lei.

"Forse ci ha ripensato" penso' Giorgio e in fondo lo spero' per un momento.

Emma arrivo' col te, ancora gli sorrise e lui si senti' terribilmente a disagio.

"Allora quanto mi offri?"

Di nuovo Giorgio dovette bere tutta la tazza per rispondere con voce accettabile: "Ho in tasca un assegno di un milione"

"Va bene, voltati, me le sfilo"

Giorgio inspiro' profondamente, immagino' quello che Emma stava facendo dietro di lui; all'improvviso la immagino' in una posizione buffa, con una gamba su e gli slip a mezz'aria; fu lui adesso a sorridere e a prendere sicurezza.

"Come ti senti, Emma?"

Anche Emma inspiro', adesso era a disagio e le venne da confessare:

"Veramente mi sento un po' troia, non girarti ancora, ti prego"

"Sono sicuro di una cosa: non lo faresti per nessun altro, e' vero?"

"Verissimo, ci puoi giurare"

Giorgio aveva trovato le parole giuste per farla stare di nuovo bene.

"Eccoti il mio perizoma, lo porto da questa mattina, senti com’è caldo e..... adesso voglio vedere cosa fai; ho accettato soprattutto per questo, per vedere cosa fai".

*

Solamente davanti alle vetrine di Missoni riusci' a fermarsi.

Era uscito dalla casa di Emma in fretta e aveva corso fino a li'; adesso prendeva fiato e ricominciava a connettere.

Quando aveva avuto gli slip in mano se li era portati in faccia con tutte e due le mani e aveva inspirato tutta l'aria che poteva.

Sentiva sulla faccia il calore di Emma, mentre i polmoni si riempivano del suo odore.

Tutti i sensi erano tesi come le corde di un violino: il tatto, l'odorato, la vista e perfino il gusto con le labbra appoggiate sul cotone che sapeva di lei.

Ancora respiro' piu' volte e gli sembro' di essere dentro di lei.

E poi era scappato via. Di colpo, come se avesse un qualche impegno improvviso, l'aveva salutata ed era praticamente fuggito.

Il sole del tramonto illuminava di traverso via Condotti, la luce calda e un leggero vento gli ridiedero la forza; cerco' nelle tasche il perizoma, ancora lo tocco' ed ebbe la sensazione di toccare il suo corpo; si senti' stupido per essere scappato via mentre aveva tanta voglia di stare con lei.

Anche Emma aveva pensato che Giorgio era stato sciocco ad agire cosi'.

L'aveva creduto pieno di risorse, con grande presenza di spirito; spesso l'aveva fatta divertire in ufficio e poi anche al bar.

Guardo' l'assegno , ancora penso' che aveva dato una cosa sua per denaro e si senti' poco a posto.

Cosa penserebbero le mie amiche se lo sapessero! Beh, a me sembrava divertente, l'ho fatto e non sono ancora pentita.

Lui, invece non deve essersi divertito, anzi mi sembrava quasi che soffrisse.

Giorgio bevve il cappuccino distrattamente; pensava a Emma che quella mattina non era venuta al bar e che forse non si sarebbe piu' fatta vedere.

Vergogna? non penso proprio, fino ad ora e' stata lei a condurre il gioco e non presentandosi all' appuntamento mattutino continuava lei a tenere la situazione.

Lo sa che sto soffrendo, perche' quello che ho avuto e' solo l'immagine, il simulacro di quello che avrei voluto avere.

E sa che questa immagine adesso mi tortura accrescendo quello che era una curiosita' e che sta diventando un fuoco.

Ogni volta che tocco, semplicemente accarezzo quel feticcio, e non oso piu' portarmelo alla faccia, non oso sentirne l'odore, mi sento ardere dal desiderio di avere lei, non l' impronta che ha lasciato su un pezzo di stoffa."

Ordino' un caffe' e mangio' un'altra pasta; aveva dormito poco, nessuna voglia di lavorare e un solo chiodo nella testa.

Emma si sveglio' prima del solito; decise di fare colazione a casa, non aveva nessuna voglia di vedere Giorgio; durante la notte aveva maturato un pensiero che gli s'era annidato nella testa come un tarlo dopo che Giorgio era fuggito da casa sua.

"Non dovevo dargli una mia cosa; mi sono divertita, e' vero, ma avrei potuto farlo senza lasciargli un oggetto che lui continua a possedere e che invece e' mio e solo mio, non dovevo dargli niente.

Piuttosto avrei dovuto lasciare che mi guardasse, che sentisse l’odore da me; avrebbe avuto una immagine, una sensazione, sempre qualcosa di effimero.

Invece ha un oggetto, un pezzo tangibile della mia intimita' che puo' continuare a frugare.

Devo convincerlo a restituirmi gli slip."

Usci' di casa di cattivo umore, niente voglia di lavorare, un solo chiodo fisso.

L'ufficio di Emma era decisamente squallido, il vero ufficio del Ministero.

Le pareti, poi, non venivano imbiancate da secoli, i termosifoni, enormi, avevano una crosta di polvere ormai inamovibile.

Quella mattina non sopportava niente, decise di andare al bar e se fosse arrivato Giorgio tanto meglio; forse trovava il coraggio di chiedergli indietro gli slip.

Glieli chiedo qualunque sia il prezzo da pagare, gli restituisco i soldi, vado pure a letto con lui se me lo chiede.

Al bar non incontro' nessuno; divenne quasi furiosa e trovo' il coraggio di telefonare.

Con voce calma, come al solito, diede appuntamento a Giorgio per il pomeriggio, a casa sua a prendere ancora il te. "Porta con te la cosa" piu' che chiederlo glielo ordino'.

Fuori torno' tutto sereno; il giornalaio la saluto' cordiale, un'auto si fermo' per farla attraversare.

Era sicura di ottenere quello che voleva e Giorgio non le faceva certo paura, anzi cominciava a farle pena.

Infatti Giorgio era nel panico.

Con gli slip in tasca, in anticipo di un buon quarto d'ora, era gia' davanti alla casa di Emma. Non aveva la minima idea di cosa avrebbe detto o fatto; sapeva benissimo che il gioco lo conduceva lei.

Aveva anche capito di essere innamorato e di desiderare quella donna alla follia; era nelle sue mani.

Suono' lo stesso e dovette aspettare qualche minuto.

"Sei in anticipo, mi ero addormentata sul divano"

E infatti aveva tutti i capelli scompigliati, l'aria assonnata e il vestito stropicciato che le era salito su dalla vita diventando corto corto.

Era terribilmente bella.

Emma si guardo' bene dal rimettere le cose a posto, preparo' il te e gli si sedette vicino per metterlo nel massimo imbarazzo.

"Giorgio forse e' meglio che ci restituiamo le nostre cose; eccoti l' assegno, non sono andata a riscuoterlo"

Tra tutte le cose che Emma avrebbe potuto dire, forse solo su questa Giorgio aveva una risposta. Si senti' un po' rincuorato; aveva pensato ad un possibile pentimento e al tentativo di restituire i soldi e si era convinto che non doveva accettare.

Il suo desiderio che ormai era un tormento, doveva soltanto essere soddisfatto, in qualunque maniera.

Forse, possedendo il suo corpo, si sarebbe potuta affievolire e venire meno la passione che proprio da quel corpo, da quel calore e odore si era generata.

Giorgio raccolse le forze: "Te lo restituisco, va bene, ma te lo metto addosso io"

Si senti' arrossire dai capelli alla punta dei piedi e vide Emma che calma, quasi glaciale, si alzava lentamente e si sfilava le scarpe.

"Fa pure, sono pronta"

Il cuore gli batteva che sembrava gli scoppiasse; si impose di non far tremare le mani mentre le prendeva la punta di un piede e l'infilava nell' occhiatura degli slip.

Li appoggio' delicatamente sulla caviglia e infilo' l'altro piede che Emma aveva alzato.

Adesso veniva l' inferno e il paradiso; quelle gambe lunghe, infinite, andavano risalite con la lentezza di chi deve afferrare con un gesto una dimensione troppo grande:

Giorgio penso' al condannato che percorre la via del patibolo: sta respirando l' ultima aria, sente gli ultimi rumori.

Le ginocchia di Emma gli cancellarono ogni altra immagine: erano tonde, morbide; il palmo delle mani vi si poso' come su due coppe piene, scivolo' all'interno delle cosce; erano marmo e seta allo stesso tempo.

Emma senti' il desiderio di Giorgio e per un attimo ne fu soggiogata.

Non fece niente per fermare le mani che la accarezzavano e la bocca che la baciava dappertutto.