23 novembre 2005

Io, il Mare

IO, IL MARE


Il vento arriva,

l'estate nuova e' gia' sulla spiaggia,

gli ombrelloni, le barche

e io, il mare.





SALUTO ALLA RIVA



Adesso arrivo

barche e mosconi

sulla riva.

Prima vi accarezzo

con le onde del mattino,

e a sera, con l'alta marea,

vi porto via.






LE DONNE DEL MARE



Il mare, il mare.

Chi e' vecchio, il mare?

No. Io, il mare

non invecchio mai.

La barca e' la'

io, l'amante,

vengo a nascondermi la sera

racconto storie

alle onde,

la sabbia e' mia

il mare e' mio

e le donne,

le bellissime donne

che sanno di mare.






RITORNO AL MARE



Torniamo al mare

amici di allora;

un tempo il sole ci accarezzava i capelli;

l'acqua gelida e il sole,

le bambine ci guardavano

e avevano voglia di crescere

e le ragazze ci amavano

sulla riva.

E alla sera, intorno al moscone

quante storie ci raccontava

il mare.






I VESTITI E IL VENTO



La sera giocavamo sulla sabbia.

Torniamo di sera al mare

tutti insieme.

I nostri vestiti

si gonfieranno alla prima brezza.



17 novembre 2005

Fiori Gialli Papaveri Rossi - 8

UN PICCOLO FAVORE

Questa volta non ti chiedo

di portarmi con te come allora;

i prati sono già bagnati di pioggia

e l' estate è finita.

Ricordo le sere di primavera,

io e te nel viale appena sbocciato

io e te, mi bastava

Ricordo la prima sera d' estate

la luna pallida sul mare

le barche mute sulla riva

finiva lì una storia troppo lunga

cominciava una estate diversa

tu con altri

io solo sul mare.

Ma adesso i prati

sono quasi gialli

e la stupida estate è finita...

domani ti vengo a cercare.

Questa volta non ti chiedo

di portarmi con te:

ti chiedo solo un piccolo favore....

adesso che sei donna.

SOTTO CASA


Chissà chi aspetti questa sera

come un tempo aspettavi me.

Sotto casa tua

qualcuno suona alla porta

forse è la prima volta

non sa quanto tempo dovrà aspettare

e guardare la gente che passa

per la via:

e sembrano tutti uguali

e tutti ti guardano.

Povero amico mio

ti vedo leggere i cartelloni del cinema

anche se li sai a memoria.

Aspetta, non aver paura,

tra poco la vedrai.

Ecco, adesso ti saluta:

hai già dimenticato tutto.

UN PRATO TROPPO GRANDE


Ti ho conosciuta

allora, come una bambina

su un prato troppo grande.

Ti ho invitata. a correre con me

ricordi il sole alla sera

e come ti guardavo nel campo.

Fiori gialli, papaveri rossi

e tu sdraiata sull' erba.

Ero a due passi

non sono mai riuscito a farli

e tu sei cresciuta nel prato;

non so se sei ancora lì

e ho paura di venirti a cercare.

tag: poesia, libri

Fiori Gialli Papaveri Rossi - 7

PAGLIACCIO

E così anch' io

sono stufo di essere il tuo pagliaccio;

anch' io pensa

il più fedele dei bambolotti

che butti via ogni giorno

per giocare.

Già altri fanno la fila

per il mio posto.

Ho percorso solo

il mio viale d' autunno

le foglie morte cadevano per strada

e il vento

triste

mi accarezzava i capelli,

io solo

e la pioggia

fredda

mi scavava la pelle.

E' stato bello

amore

ma adesso è primavera.

UN GAROFANO ROSSO



Un garofano rosso

tra le rovine del mio quadro;

puoi vedere i suoi occhi neri

i capelli crespi

tra la gente che urla atterrita

grandi mani

volti che sfuggono nell' aria

e groviglio di membra

occhi sbarrati;

un mondo disperato in bianco e nero

e lui

il garofano rosso

in mezzo

una orribile pozza di sangue.

IMMAGINI


Ritornano le immagini

e l' inverno ritorna

intorno agli alari del camino;

il tuo montgomeri bianco

lasciato sul divano

e il fuoco che arde

illumina la stanza:

sul muro un' immagine.

Io ballavo con te

giocavo con i tuoi capelli

parlavo davanti alla tua bocca.

Le finestre erano quadri sbiaditi

un orto spogliato dall' inverno

gli alberi grigi

sul camino la vecchia foto in bianco e nero....

ritorna la tua immagine

15 novembre 2005

Giapponesi

"Un giornalista e' andato in Corea ed ha comprato due ragazze per 600 dollari"

Emma e Giorgio si incontravano quasi tutte le mattine al caffe' del Corso per la colazione prima di entrare in ufficio.

"E senti quest'altra: in Giappone le ragazzine vendono ai turisti le loro mutande; se le sfilano e gliele vendono sul momento".

A Emma piaceva leggere il giornale, ma , saltata a pie' pari la prima pagina, si soffermava sulla cronaca e specialmente su questo tipo di notizie

"Dimmi cosa ne pensi Giorgio, tu non le compreresti".

"E perche' no"

"Un paio di mutande sporche, e per fartene?"

"Non comprerei delle mutande; in quel caso le prenderei il calore e l' odore, insomma l' intimita' della ragazza, qualcosa di proprio".

"E lei perche' lo fa? spesso non ha bisogno di soldi"

"Forse perche' si sente desiderata a tal punto che qualsiasi oggetto, per il solo fatto di avere toccato il suo corpo ha un valore".

Fu una breve discussione, come tante altre al caffe', ma in ufficio Giorgio non fece che pensare alle ragazzine giapponesi.

Emma lavorava al Ministero delle finanze, segretaria, 20 anni, bionda, magra, piuttosto bella; Giorgio avvocato, 40 anni portati bene.

Si erano conosciuti tre anni prima lavorando nell'ufficio di un avvocato; lei era alla prima esperienza, lui stava per aprire uno studio suo.

Lo fece l'anno dopo e anche Emma ando' a lavorare altrove, ma i due uffici erano vicini e presero l'abitudine di fare colazione insieme al caffe' del Corso, in via Frattina.

"Sai che ieri ho pensato alla storia delle Giapponesi; credo che al fondo ci sia una buona dose di perversione".

Lo sguardo di Emma si illumino' per un attimo, le piaceva sentire che si era appassionato all' argomento.

"Gia', la perversione; e' qui che ti volevo far arrivare. Penso che in tutti ci sia una parte perversa, anche in te Giorgio"

"Infatti io comprerei le mutande"

"Non mi hai detto cosa te ne faresti; voglio indovinare, ma mettimi sulla strada".

Era una calda mattina di giugno e a Giorgio sembro' all'improvviso ancora piu' calda, forse era l'umidita', forse era Emma seduta cosi' vicino…..

"Ti ho detto che comprerei il calore, l'intimita'...."

"Voglio sapere materialmente cosa faresti"

"Non lo so, forse dovrei averle per davvero per saperlo"

Emma era vicinissima e sembrava incoraggiarlo.

"Mi venderesti le tue?"

Il cameriere arrivo' con i due cappuccini.

Emma prese la tazza e giocherello' con il cucchiaino.

"Ti conosco, so quando scherzi e quando dici sul serio. Allora ti rispondo seriamente, quanto mi offri?"

Giorgio bevve tutta la tazza; aveva paura che stavolta la voce gli uscisse afona come gli succedeva quando era emozionato. Si limito' a dire "vediamoci oggi pomeriggio, fisseremo l' accordo"

"Va bene, vieni a casa mia alle cinque"

Emma era completamente calma, Giorgio sbaglio' a pagare il conto e dimentico' di prendere il resto; si sentiva goffo e ridicolo.

E infatti Emma rideva, Giorgio non l'aveva vista mai ridere cosi' di cuore; il sole, fuori dal bar, le illuminava i capelli e lei andava in ufficio con passo sicuro, come tutte le mattine.

Alle cinque Giorgio suono' il campanello:

La casa di Emma era sulla sinistra della scalinata di Trinita' dei monti, sopra il negozio di Bulgari.

Aveva dovuto rallentare il passo e fermarsi in tutte le vetrine di via Condotti per non arrivare in anticipo.

Emma gli apri' e gli sorrise; era seria.

"Accomodati, ti faccio un te?"

Aveva una camicia lilla ed una gonna grigia, un po' larga ai fianchi, non gliele aveva mai viste, non sembrava nemmeno lei.

"Forse ci ha ripensato" penso' Giorgio e in fondo lo spero' per un momento.

Emma arrivo' col te, ancora gli sorrise e lui si senti' terribilmente a disagio.

"Allora quanto mi offri?"

Di nuovo Giorgio dovette bere tutta la tazza per rispondere con voce accettabile: "Ho in tasca un assegno di un milione"

"Va bene, voltati, me le sfilo"

Giorgio inspiro' profondamente, immagino' quello che Emma stava facendo dietro di lui; all'improvviso la immagino' in una posizione buffa, con una gamba su e gli slip a mezz'aria; fu lui adesso a sorridere e a prendere sicurezza.

"Come ti senti, Emma?"

Anche Emma inspiro', adesso era a disagio e le venne da confessare:

"Veramente mi sento un po' troia, non girarti ancora, ti prego"

"Sono sicuro di una cosa: non lo faresti per nessun altro, e' vero?"

"Verissimo, ci puoi giurare"

Giorgio aveva trovato le parole giuste per farla stare di nuovo bene.

"Eccoti il mio perizoma, lo porto da questa mattina, senti com’è caldo e..... adesso voglio vedere cosa fai; ho accettato soprattutto per questo, per vedere cosa fai".

*

Solamente davanti alle vetrine di Missoni riusci' a fermarsi.

Era uscito dalla casa di Emma in fretta e aveva corso fino a li'; adesso prendeva fiato e ricominciava a connettere.

Quando aveva avuto gli slip in mano se li era portati in faccia con tutte e due le mani e aveva inspirato tutta l'aria che poteva.

Sentiva sulla faccia il calore di Emma, mentre i polmoni si riempivano del suo odore.

Tutti i sensi erano tesi come le corde di un violino: il tatto, l'odorato, la vista e perfino il gusto con le labbra appoggiate sul cotone che sapeva di lei.

Ancora respiro' piu' volte e gli sembro' di essere dentro di lei.

E poi era scappato via. Di colpo, come se avesse un qualche impegno improvviso, l'aveva salutata ed era praticamente fuggito.

Il sole del tramonto illuminava di traverso via Condotti, la luce calda e un leggero vento gli ridiedero la forza; cerco' nelle tasche il perizoma, ancora lo tocco' ed ebbe la sensazione di toccare il suo corpo; si senti' stupido per essere scappato via mentre aveva tanta voglia di stare con lei.

Anche Emma aveva pensato che Giorgio era stato sciocco ad agire cosi'.

L'aveva creduto pieno di risorse, con grande presenza di spirito; spesso l'aveva fatta divertire in ufficio e poi anche al bar.

Guardo' l'assegno , ancora penso' che aveva dato una cosa sua per denaro e si senti' poco a posto.

Cosa penserebbero le mie amiche se lo sapessero! Beh, a me sembrava divertente, l'ho fatto e non sono ancora pentita.

Lui, invece non deve essersi divertito, anzi mi sembrava quasi che soffrisse.

Giorgio bevve il cappuccino distrattamente; pensava a Emma che quella mattina non era venuta al bar e che forse non si sarebbe piu' fatta vedere.

Vergogna? non penso proprio, fino ad ora e' stata lei a condurre il gioco e non presentandosi all' appuntamento mattutino continuava lei a tenere la situazione.

Lo sa che sto soffrendo, perche' quello che ho avuto e' solo l'immagine, il simulacro di quello che avrei voluto avere.

E sa che questa immagine adesso mi tortura accrescendo quello che era una curiosita' e che sta diventando un fuoco.

Ogni volta che tocco, semplicemente accarezzo quel feticcio, e non oso piu' portarmelo alla faccia, non oso sentirne l'odore, mi sento ardere dal desiderio di avere lei, non l' impronta che ha lasciato su un pezzo di stoffa."

Ordino' un caffe' e mangio' un'altra pasta; aveva dormito poco, nessuna voglia di lavorare e un solo chiodo nella testa.

Emma si sveglio' prima del solito; decise di fare colazione a casa, non aveva nessuna voglia di vedere Giorgio; durante la notte aveva maturato un pensiero che gli s'era annidato nella testa come un tarlo dopo che Giorgio era fuggito da casa sua.

"Non dovevo dargli una mia cosa; mi sono divertita, e' vero, ma avrei potuto farlo senza lasciargli un oggetto che lui continua a possedere e che invece e' mio e solo mio, non dovevo dargli niente.

Piuttosto avrei dovuto lasciare che mi guardasse, che sentisse l’odore da me; avrebbe avuto una immagine, una sensazione, sempre qualcosa di effimero.

Invece ha un oggetto, un pezzo tangibile della mia intimita' che puo' continuare a frugare.

Devo convincerlo a restituirmi gli slip."

Usci' di casa di cattivo umore, niente voglia di lavorare, un solo chiodo fisso.

L'ufficio di Emma era decisamente squallido, il vero ufficio del Ministero.

Le pareti, poi, non venivano imbiancate da secoli, i termosifoni, enormi, avevano una crosta di polvere ormai inamovibile.

Quella mattina non sopportava niente, decise di andare al bar e se fosse arrivato Giorgio tanto meglio; forse trovava il coraggio di chiedergli indietro gli slip.

Glieli chiedo qualunque sia il prezzo da pagare, gli restituisco i soldi, vado pure a letto con lui se me lo chiede.

Al bar non incontro' nessuno; divenne quasi furiosa e trovo' il coraggio di telefonare.

Con voce calma, come al solito, diede appuntamento a Giorgio per il pomeriggio, a casa sua a prendere ancora il te. "Porta con te la cosa" piu' che chiederlo glielo ordino'.

Fuori torno' tutto sereno; il giornalaio la saluto' cordiale, un'auto si fermo' per farla attraversare.

Era sicura di ottenere quello che voleva e Giorgio non le faceva certo paura, anzi cominciava a farle pena.

Infatti Giorgio era nel panico.

Con gli slip in tasca, in anticipo di un buon quarto d'ora, era gia' davanti alla casa di Emma. Non aveva la minima idea di cosa avrebbe detto o fatto; sapeva benissimo che il gioco lo conduceva lei.

Aveva anche capito di essere innamorato e di desiderare quella donna alla follia; era nelle sue mani.

Suono' lo stesso e dovette aspettare qualche minuto.

"Sei in anticipo, mi ero addormentata sul divano"

E infatti aveva tutti i capelli scompigliati, l'aria assonnata e il vestito stropicciato che le era salito su dalla vita diventando corto corto.

Era terribilmente bella.

Emma si guardo' bene dal rimettere le cose a posto, preparo' il te e gli si sedette vicino per metterlo nel massimo imbarazzo.

"Giorgio forse e' meglio che ci restituiamo le nostre cose; eccoti l' assegno, non sono andata a riscuoterlo"

Tra tutte le cose che Emma avrebbe potuto dire, forse solo su questa Giorgio aveva una risposta. Si senti' un po' rincuorato; aveva pensato ad un possibile pentimento e al tentativo di restituire i soldi e si era convinto che non doveva accettare.

Il suo desiderio che ormai era un tormento, doveva soltanto essere soddisfatto, in qualunque maniera.

Forse, possedendo il suo corpo, si sarebbe potuta affievolire e venire meno la passione che proprio da quel corpo, da quel calore e odore si era generata.

Giorgio raccolse le forze: "Te lo restituisco, va bene, ma te lo metto addosso io"

Si senti' arrossire dai capelli alla punta dei piedi e vide Emma che calma, quasi glaciale, si alzava lentamente e si sfilava le scarpe.

"Fa pure, sono pronta"

Il cuore gli batteva che sembrava gli scoppiasse; si impose di non far tremare le mani mentre le prendeva la punta di un piede e l'infilava nell' occhiatura degli slip.

Li appoggio' delicatamente sulla caviglia e infilo' l'altro piede che Emma aveva alzato.

Adesso veniva l' inferno e il paradiso; quelle gambe lunghe, infinite, andavano risalite con la lentezza di chi deve afferrare con un gesto una dimensione troppo grande:

Giorgio penso' al condannato che percorre la via del patibolo: sta respirando l' ultima aria, sente gli ultimi rumori.

Le ginocchia di Emma gli cancellarono ogni altra immagine: erano tonde, morbide; il palmo delle mani vi si poso' come su due coppe piene, scivolo' all'interno delle cosce; erano marmo e seta allo stesso tempo.

Emma senti' il desiderio di Giorgio e per un attimo ne fu soggiogata.

Non fece niente per fermare le mani che la accarezzavano e la bocca che la baciava dappertutto.

Fiori Gialli Papaveri Rossi - 6

UNA DONNA SOLA


Ma forse sei soltanto una donna sola

le stagioni passano sul tuo corpo

senza toccarlo,

il tempo ha paura di toccarlo

stupido come me

che mi ostino ad aspettare

la sera davanti al telefono,

la mattina sulla sabbia rovente

Oggi sono uscito con un' altra

ciao vecchia amica senza cuore.


AVREI VOLUTO ESSERE IO


Avrei voluto essere io, lo sai

ad averti quell' attimo

a guardare il tuo sguardo

e sentirlo mio

E invece lui,

venuto chissà da dove,

ha trovato il fiore

tra le ortiche,

il tuo profumo....

solo lui poteva sentirlo

senza morire

Addio sogni

addio collina che nascondi il sole

addio scogli del porto

la barca amica mia non parla più con me

alla sera

non mi nasconde alla sua ombra.

Avrei voluto essere io

e invece un altro ti ha detto queste cose

e la luna ingenua è venuta a raccontarmelo

forse per farmi un piacere

forse per farmi morire.

E domani ti vedo come ieri

torno a sorriderti

torno ad aspettarti

come ho aspettato che diventassi donna

per consegnare il tuo fiore

a un figlio di puttana come tanti.



BAMBOLE DI PEZZA


Eri la mia piccola amica

l' unica a riempire i miei giorni,

a regalarmi alla sera un sogno diverso.

Forse per questo ti ho guardato

ogni giorno giocare con le bambole

e distruggerle come stracci vecchi.

Forse per questo ti ho cullata

quando avevi paura

ti ho protetta

quando volevano prenderti

venerata quando mi cercavi

e invidiata quando mi cacciavi.

Adesso hai una nuova bambola di pezza

rompimi come le altre

(sono arrivati i giocattoli nuovi).

14 novembre 2005

Fiori Gialli Papaveri Rossi - 5

LA TUA OMBRA E LA MIA





Continuiamo a giocare

come allora,

il silenzio della sera

interrompe il tuo riso spensierato.

Ti stai chiedendo perchè siamo qui,

e gli altri?

dove sono finiti i nostri amici.

Ho solo il tuo numero di telefono,

se vado a rispondere sei tu,

come due innamorati nel parco

hai cercato la mia mano.

Ti stai chiedendo perchè mentre cammini

la tua ombra incontra la mia.

Non ti sei accorta nemmeno

che siamo abbracciati

e la tua bocca

sta quasi per baciarmi.













GIUGNO



Giugno è qui

all'improvviso.

Porta l'estate

e nuovi fiori rossi per i campi.

Sulla spiaggia

c'è ancora un pò di vento

a scompigliarti i capelli.

Nuove canzoni

riempiono la spiaggia,

non le ascolti.

Forse è per questo

che volevo seguire il vento

e sparire.

E il sole che tramonta

allunga l'ombra delle tue gambe:

una via non ancora esplorata,

un fiore incredibilmente chiuso.















DAVANTI A TE MUOIONO I COLORI




Un uomo, mille colori

ricordi di viali ingialliti

di nebbie invernali,

la prima coperta di neve,

i campi di papaveri rossi,

un mondo di cavalli al galoppo

onde bianche sbattute dal vento,

e tenui mattini di primavera,

placide sere d'autunno.

Passeggiate sul mare

respirando i tramonti.

Un ramo lasciato sulla riva

mi parla di vecchi ricordi:

l'orto di fiori gialli a primavera

la neve di un inverno lontano.

E poi una donna

una piccola stupida donna:

davanti a lei muoiono i colori,

il mondo è finito

dietro la sua ombra.

11 novembre 2005

Matrioska

Se fosse uscita da una matrioska sarebbe stata la penultima o la terzultima.
Mi massaggiava con le piccole mani leggere, ricercando più il piacere che l’effetto terapeutico del massaggio.
Sdraiato su un lettino comodo, guardavo il soffitto della piccola stanza, a quadri bianchi e azzurri, di quel materiale bucherellato che serve da isolante acustico.
Con la coda dell’occhio però controllavo i suoi movimenti e soprattutto le sue mani.

Ma come ero finito lì?
Adesso davo la colpa al caldo di luglio, alla domenica che, se sei da solo, ti fa sentire quasi disperato, al giornale che la mattina mi avevano passato in strada e che nemmeno volevo, alla pubblicità di un “centro di massaggi e relax” aperto anche la domenica. Era stata questa ultima frase a farmi decidere. Finalmente un posto aperto di domenica in questa città che il sabato pomeriggio si svuota perché tutti vanno a Riccione e per chi resta non c’è che la piscina. Avevo deciso di farmi coccolare, perché no?
L’aria condizionata della macchina non bastava a mandare via il caldo, dall’asfalto saliva un vapore tremolante. Misi gli occhiali da sole, non c’era traffico, anzi per un bel po’ non incontrai nessuna macchina.
Dopo il ponte di Mascarella cominciai a guardare i numeri civici sulla destra, e finalmente mi apparve un cartello rosso con la scritta “Centro benessere, yoga e massaggi”.
Svoltai nel cortile di una piccola palazzina bianca.
C’era un intero parcheggio vuoto. Scelsi il posto sotto l’unico albero.

Appena entrato trovai l’ambiente allegro e pulito.
Parquet a terra, muri bianchi, pochi arredi di legno chiaro, come si usa nel nord Europa, un po’ alla Alvar Aalto. Musica leggera di sottofondo.
“Vuole farsi la doccia? Intanto le mando una ragazza, è molto brava vedrà”
L’accento era inconfondibilmente dell’est, la ragazza carina e gentile.
Su un divano vidi altre tre ragazze. Erano quasi simili, bionde, con un bel fisico; due leggevano assieme una rivista, l’altra mandava sms con un telefonino piccolissimo, di quelli che devono costare un bel po’. Potevano essere dell’est anche queste, magari russe o rumene.
Andai nel camerino che mi era stato indicato, presi un asciugamano e un paio di ciabatte e andai verso le docce.
Un cartello riportava a lettere grandi, ben visibili, il costo della prestazione: doccia profumata e massaggio euro 120. Era circa il doppio di quello che si paga in qualsiasi centro termale.
Era fin troppo chiaro che il “centro benessere” prometteva ben altro che il massaggio rilassante che avevo cercato.
A dire il vero, alla prima idea di andare via, subentrò subito la decisione di rimanere e stare al gioco. Soprattutto ero sopraffatto dalla curiosità.
Inoltre non c’era nessuno.
Cominciai a rilassarmi e con grande sollievo per il caldo che avevo sofferto, mi tolsi i vestiti e mi infilai nella doccia.
Il pavimento di legno e l’acqua fresca mi fecero sentire ancora meglio; anche la musica, a volume molto basso, jazz o blues alla Norah Jones, era molto raffinata.

Adesso ero con la mia piccola matrioska dentro la cameretta ricavata con separè laccati di bianco, alti fin quasi al soffitto. Pensai che nello stanzino accanto sarebbe potuto arrivare qualcun altro e sicuramente si sarebbe sentito tutto e così decisi di parlare a voce bassissima. Volevo capire cosa poteva succedere adesso li dentro, io e una bella ragazza russa.
“ Che massaggio mi fai?” chiesi
La ragazzina rise e mi guardò con malizia.
“ E che massaggio vuole che le faccia; rilassante. Magari cerchi di dormire”
Già, dormire. Intanto si avvicinava al mio gomito del che fuoriusciva dal lettino e, come senza accorgersene, vi premeva contro con la pancia. Morbida, nuda dall’ombelico all’elastico degli slip che uscivano appena dalle braghe bianche a vita bassa.
“Di dove sei?”
chiesi con voce più bassa, apposta per farla avvicinare di più.
“Di Moldavia”
e anche la sua voce era diventata un sussurro nell’orecchio.
“ Mi chiamo Lucy”
“Sei molto brava” mi affrettai a rispondere, non volendo dire il mio nome.
“Davvero le piace il mio massaggio?”
avrei volute dirle la verità, che non sapeva fare un massaggio vero, ma che era molto piacevole sentirsi accarezzare la pelle e avere la sua pancia morbida contro il gomito.
Non guardavo più il soffitto, ma da un po’ guardavo direttamente lei.
Mi chiedevo quanti anni potesse avere, 24 o 25 mi veniva di pensare, ma, approfittando di quella specie di intimità che si era creata, decisi di chiederglielo.
“Quanti anni hai, Lucy?”
Per un attimo mi guardò perplessa. In effetti perchè mai avrebbe dovuto interessarmi da dove veniva e quanti anni aveva? Ero andato lì per un massaggio, forse la domanda giusta era dove aveva imparato a massaggiare o se aveva un diploma.
Le sue mani esitarono un attimo, ma poi ripresero più lente. Rispose:
“Oggi è il mio compleanno, sono 23”
“ Oh bene, auguri! a me quanti ne dai?”
“ Lei ne hai almeno 50, si vede dalla pelle, troppo secca. A proposito, perché non si da una buona crema?”
Sospirai:” Pensare che volevo dirti che ne avevo 45…”
“E perché?” mi rispose giustamente.
“ Per avere un minimo di possibilità”
Di nuovo rise e mi guardò con la stessa malizia di prima.
Adesso mi sentivo proprio a mio agio, ma la ragazza, questa volta a voce alta disse:
“L’ora è passata, le è piaciuto?”
“Che peccato che sia già finito!” risposi e la tristezza che avevo nella voce era proprio vera.
“Bé, può tornare quando vuole, e può prenotare il massaggio di nuovo con me se le va”
“Già e pagare 80 euro!” mi sfuggì e subito mi pentii. Non volevo fare il tirchio, almeno quella domenica. E a dire il vero non ero affatto pentito di quella spesa, ma ormai la figura l’avevo fatta e dovevo andare avanti.
“Perché invece non ci vediamo a casa tua, questi soldi li posso dare a te”
Adesso sembrava offesa, si limitò a rispondere “Ma cosa dice?” e ad uscire in fretta.

Rimasi a lungo sotto la doccia a farmi scorrere l’acqua fredda addosso.
Fuori mi aspettava il torrido pomeriggio di una domenica di luglio.
Andai a pagare e alla cassa c’era lei. Ai 120 euro fece un gran sorriso.
“arrivederci alla prossima” anch’io sorrisi e la guardai negli occhi.
Dentro lo stanzino buio non me ne ero accorto: erano di un eccezionale verde smeraldo.

Il martedì seguente ero di nuovo lì.
Avevo prenotato un massaggio con Lucy per le sedici e già alle quattro meno dieci ero sotto la doccia.
Stavolta ero nervoso. Ero anche andato dentro la cabina con le ciabatte, cosa espressamente vietata da un cartello che la prima volta avevo osservato e che oggi mi era sfuggito.
Sentii qualcuno avvicinarsi. Era Lucy che mi portava delle ciabatte asciutte e le lasciava davanti alla cabina. Mi affacciai per ringraziare, ma la porta si aprì un po’ troppo. Lei sorrise e continuò a posare le ciabatte come se la porta fosse chiusa o se io fossi in giacca e cravatta.

Sul lettino stavolta ero come sulle braci e mi rigiravo in continuazione, sentivo anche il cuore battere forte.
“Cosa ti succede oggi?” Mi stava dando del tu ma in quel momento non me ne accorsi
“Sono nervoso, è vero. Dai datti da fare, vediamo se riesci a rilassarmi”
“Certo che riesco, tu chiedi e io faccio”.
A questa frase avrei dovuto prestare più attenzione, ma l’ho detto, ero come frastornato.
Sentivo il suo corpo vicino: aveva una camicetta trasparente sotto la quale si vedeva molto bene un reggiseno nero di pizzo di un paio di taglie in meno, i pantaloncini bianchi erano stretti e, al pari della camicetta, lasciavano ben vedere il perizoma nero che immaginavo di pizzo come il reggiseno. Mi sembrava di sentire l’odore della sua pelle, ma evidentemente era solo l’eccitazione.
Stavolta volli provare con maggiore convinzione della volta precedente.
“Dimmi cosa devo fare per uscire con te!”
“Non posso, ti prego di non insistere. Io lavoro qui, mi puoi vedere tutti i giorni!”
Continuò a massaggiarmi la schiena e il collo.
“Oggi proprio non ti rilassi, lo sento. Metto la musica più bassa e una candela profumata”
“No, no. Voglio sentire il tuo profumo”
“Quale profumo, io non mi metto niente!”
“Il profumo della tua pelle!”
“Ah.. grazie sei molto gentile! Vedo che ti piaccio” sorrise compiaciuta
“Certo, se avessi vent’anni di meno…..”
Ero patetico e lei non potè fare a meno di ridere.
“Scusa, adesso ti faccio davvero rilassare! Vedrai che sono brava”
E così andò avanti fino allo scadere del tempo.
Ero disperato e cercai di far qualcosa, se non altro prolungare il massaggio per vedere se mi veniva una qualche idea.
“Facciamo un’altra mezzora, ti va?”
“Adesso non posso, ho un cliente proprio dopo di te, se vuoi aspettami… o torna domani, mi fa piacere massaggiarti”
Ci salutammo in fretta e andai alla doccia più triste e sconsolato della volta precedente. Nemmeno l’acqua fredda riuscì a farmi passare la rabbia.
La musica adesso era anni 60, sembrava l’avessero messa per me…”
Il pavimento di legno sotto i piedi tornò a darmi una buona sensazione e, chiusa l’acqua, cominciò a venire giù un vapore denso di aromi illuminato da luci soffuse e colorate. Ancora una sorpresa! Sicuramente era una doccia da fare in due, ma perché non avevo nessuna con me?

Tornai alla cameretta del massaggio per rivestirmi, la musica era bassa e dalla stanza vicina arrivavano voci. Anche se erano molto sommesse riuscivo a capire quasi tutto quello che dicevano.
Erano proprio Lucy e il cliente arrivato dopo di me.
”Fai come l’altra volta, va bene così…. Oggi hai un perizoma mozzafiato, te lo sei fatto regalare, vero?”
Lucy rideva. “Certo qui molti mi fanno regali e, pensa, c’è qualcuno, come quello prima di te, che non mi chiede di fare niente, solo il massaggio e nemmeno … lì.”
“Io invece lo voglio solo lì” rispondeva il ragazzo ridacchiando eccitato “ e lo voglio fare anche a te, proprio….qui”
Immaginai che stava toccando Lucy dappertutto e infatti lei continuava a ridere dicendo “Tu chiedi e io faccio”
L’aveva detto anche con me. Certo, bastava chiedere. E io avevo chiesto di rilassarmi.
Uscii piano piano per non farmi sentire, guardai la casetta bianca, il giardino curato e l’albero che aveva fatto ombra alla macchina. Sapevo che non li avrei più rivisti.

10 novembre 2005

Fiori Gialli Papaveri Rossi - 4

PRIMAVERA

L'aria è azzurra a primavera
mio giovane amore,
forse è per questo che torno a leggere
nel tuo sguardo le rondini
e i prati rossi di papaveri.
Sarà amore la voglia
di camminare con te sottobraccio
sopra gli scogli che portano al mare.
La torre ci guarda stupita:
due amici si prendono in giro,
ma la sua mano indugia in quella di lei:
è amore questa finta amicizia
che ti porta a me ogni giorno...
il tuo profumo e quello dei fiori,
il tuo corpo sulla terra nuda...
abbracciami piccola amica
adesso è tempo d'amarci.



PRATI GIALLI

Prati gialli di sterpi
al vento di primavera
le nostre orme calpestano le zolle
la mia mano incontra il tuo corpo...
sogno di maggio
dopo una giornata vissuta con te
come ogni giorno.
Domani ti regalo un papavero rosso,
conservalo per l'estate
e le stagioni che verranno.
Forse un giorno la chiesa sulla collina
celebrerà le nostre nozze profane,
adesso vorrei solo metterti un collare
e portarti con me sul prato
a cogliere gli sterpi arsi al sole.



I PRATI DI MAGGIO

Voglio bruciarmi al sole dell'estate
aspettando che venga la pioggia
a bagnare i viali di Novembre;
ma quale stagione è la mia
se i prati di maggio fioriscono invano
sotto il tuo corpo.
Camminavi al mio fianco a primavera
amore di ieri.
L'estate entra con troppi giorni di anticipo
forse stufa di un ritardo di anni.
Voglio bruciarmi sulla sabbia già calda
amare l'impossibile...
è come amare te tra i fiori gialli
della primavera
adesso che siamo amici
e vengo a prenderti ogni sera.
Mia piccola amica
non voglio deluderti
con una stupida storia d'amore.

09 novembre 2005

Fiori Gialli Papaveri Rossi - 3

COSA FACEVO

Cosa facevo, amore,
quando non pensavo a te.
Ero a Venezia
nel sole di ottobre.
Sorrisi di donna...
la tristezza di un amore inventato
Amavo lei
nell'aria fredda di dicembre
noi soli sulla spiaggia
soli nei locali affollati,
felice di avere vent'anni
il corpo di un'amica sul mio.
Ero a Roma
con lei sull'aventino
in un rosso tramonto di marzo,
la città ci guardava stupita
sognando la primavera vicina.
Oggi una rondine
mi ha detto il tuo nome...
sono di nuovo qui amore
e penso a te.



IO, TE E IL MARE

Io, te e il mare
quante volte le onde del mare
hanno visto il sorriso di una donna
tra le mie braccia.
Il mare calmo di primavera
invita a correre sulla spiaggia.
Fresche impressioni di maggio.
Sogno te sulla riva nuda
sogno te alla sera.
Inverni ormai passati, ricordi?
la notte copriva i nostri amori
il giorno illumina il nuovo
forse più bello
perchè nel sogno della primavera.



PRELUDIO D'ESTATE

Preludio d'estate.
Sulla spiaggia invasa dal sole
i bambini che giocano
sono conchiglie sparse sulla sabbia
come i tuoi occhi...
I boccioli stanno scoppiando,
guarda i fiori
gialli sotto il sole.
Finalmente anch'io trovo una rosa
e il vento le accarezza i capelli.
Guardami ancora piccola amica
vorrei correre con te
sulla collina ogni giorno
e aspettare la sera
che scende sul tuo corpo.

08 novembre 2005

Fiori Gialli Papaveri Rossi - 2

PASQUA

Pasqua
come l'anno scorso, come due anni fa
ancora tu.
Nasceva la luna su quel balcone
a illuminare i tui quindici anni.
Adesso siamo vecchi amici
stupida beffa del tempo...
io sono sempre quello
che sopra il balcone
tentava di baciarti per la prima volta.
Tornerò a farlo credimi,
un'altra pasqua mi vedrà lottare
nel buio del mio sogno,
un'altra pasqua come questa.



LA COLLINA DIETRO CASA

Torniamo amico
sulla collina dietro casa,
la nostra isola è ancora là
ad aspettarci.
Gli ulivi impallidiscono al sole
ci chiamano come allora.
Adesso bruciamo il giorno
al fuoco di due occhi .
La città era sotto di noi
il treno sembrava un giocattolo
e il mare era immenso allo sguardo.
Scaliamo la collina
nel primo pomeriggio.
Il sole ci saluta
ancora spensierati.
Saliamo
a dimenticare
il gioco assurdo dei vent'anni
lo sguardo indifferente di una donna.



DIETRO UNA BOTTIGLIA VUOTA

Sono ad un passo dal perderti
o dall'averti.
Correrò per le strade di alberi verdi
con te nella mano,
oppure aspettami vecchia osteria
verrò a dimenticare
dietro una bottiglia vuota.
Ormai lo sanno i muri delle case
dei pescatori
i gabbiani lo hanno detto
sullo scoglio del porto
ed hai sentito anche tu.
Grida la tua risposta
al vento che mi parla
alla sera
e alla luna che non vede l'ora
di trovarci abbracciati.
Dillo alla barca sulla riva,
io vengo qui ogni sera
e lei mi parla di te;
povera barca illusa
dice che mi ami,
una mano mi accarezza i capelli
due occhi neri guardano la riva:
domani amore me lo dirai.

07 novembre 2005

Fiori Gialli Papaveri Rossi - 1

RITORNO DELL'AMORE

Ritorna amore
nella nebbia di febbraio non ti ho vista più.
Era d'estate e camminavo solo sulla riva
guardavo te, guardavo il mare.
Avrei voluto amarti come nessuno
io, sotto quella luna spietata che ogni sera
veniva a ridermi in faccia,
la sera ruffiana, complice degli amanti
stupida amica della luna.
Io passeggiavo sulla riva
guardavo te, guardavo il mare
le barche mute
le luci gialle del porto.
Adesso è inverno e ti ho vicina...
aspetto solo che sparisca
la nebbia di febbraio.



SOTTO CASA

Mi aspetti sotto casa adesso...
stanche stagioni
a sperare il tuo sorriso.
Adesso è lì, festeggia il mio ritorno.
Ricordi quando ti cercavo
sulla spiaggia,
e le tue amiche
a farmi compagnia.
E i miei silenzi
sotto una assurda luna...
Io spero sempre quando torno
di vederti felice con qualcuno
che ti parli come me allora
con maggior fortuna.
Hai già dimenticato
che sono pronto a ricominciare



L' ARIA PROFUMA DI FIORI

La spiaggia è ancora muta
ad ascoltare il mare
come quest'inverno
ma l'aria profuma di fiori.
La barca buttata sulla riva
è ancora là, aspetta
in balia degli amanti.
Tornerò di nuovo
stai sicura
mia dolce amica
e dovrai nascondermi come allora
dietro la tua ombra.
Una donna
forse lei
forse un'altra
si appoggerà al tuo fianco.
C'era lei
ieri
non è rimasto niente.
Quante frasi d'amore
hai ascoltato
vecchia barca
lasciata sulla riva
in balia degli amanti.
Quanti amori nascono
dietro la tua ombra complice.
Anch'io non ce la faccio più,
domani mi vedrai tornare,
mi sentirai parlare di cose bellissime,
strizzami l'occhio amica
tu sola sai
quanto si possa credere
alle parole di un amante come me.

05 novembre 2005

I due diari (Gli zingari)

I DUE DIARI

Durante i lavori di restauro di una vecchia scuola a *** ho trovato due diari, uno dentro l'aula dove era vissuta una famiglia di zingari, l'altro vicino ad una villetta appena finita di costruire.
Sono stati scritti da un ragazzo e una ragazza che hanno raccontato, all'insaputa l'uno dell'altra, la stessa storia.
Io l'ho riscritta attenendomi fedelmente alle loro pagine.

Dal diario di lui:

giovedi 26 giugno

Ci sono pure gli zingari in questo posto.
Chissà perchè mi sono messo in questa avventura; comperare un lotto di terra e costruire una casa; non tornerei a farlo sicuramente.
Oggi ho iniziato a scrivere un diario, per non dimenticare, come facevano i reduci della guerra, o forse soltanto per sfogarmi.
Tutto è cominciato l' anno scorso in agenzia; volevo comperare una casa già fatta, magari vecchia e in campagna, una vecchia casa di campagna, appunto.
E invece mi sono lasciato convincere: ho preso un lotto di terra, certo lontano dalla città, ma non proprio nella quiete della campagna, perchè siamo almeno cinquanta famiglie ammassate in cinquanta fazzoletti di terra.
E ci sono pure gli zingari, come dicevo, in questa vecchia scuola in disuso.
Il mio lotto confina con la scuola: è un edificio dei primi del 900, austero e allo stesso tempo ridicolo così manomesso dagli strani inquilini che ci stanno dentro: i muri di mattoni rossi sono anneriti dal fumo dei tubi delle stufe che sbucano in orizzontale direttamente dalle cucine; alle finestre, alte e severe, si vedono tendine arricciate di mille tipi e colori; intorno, nel cortile, roulottes e carrozzoni.
Gli zingari, alla sera, accendono un fuoco e a volte cantano e ballano.
Penso che venderò il lotto e andrò ad abitare da un' altra parte.

Dal diario di lei:

giovedi 26 giugno:

Siamo arrivati, finalmente ci siamo fermati.
Ma dove, un posto come tanti, tanta pianura e distanti le colline dolci e i monti. E' lì che vorrei fermarmi, finalmente fermarmi per non ripartire più.
E invece ancora partiremo, ancora andremo chissa dove, a fare non so cosa.
Mio padre non vuole parlare di questo, dice solo che bisogna andare. E' così da due anni, da quando siamo partiti dalla Serbia; le mie sorelle, più piccole di me, e i quattro fratellini hanno accettato questo modo di vivere; io invece sono stufa; quelle della mia età sono quasi tutte sposate, ma io non voglio sposare uno zingaro e continuare a vagare, voglio fermarmi e avere una casa.
Una casa come quella che stanno costruendo qui intorno: è come un piccolo villaggio, case tutte uguali di mattoni rossi, danno l'idea di ordine, di pulito.
Forse qui mi piacerebbe stare, anche se le colline sono lontane: di sera diventano di fuoco mentre il sole ci sparisce dietro.
C'è anche un torrente, domani andremo a lavare le lenzuola.


venerdi 27 giugno

Le sorprese non sono finite.
Oggi al ****, il torrente che passa qui di fianco, ho visto gli zingari, o meglio le zingare, lavare le lenzuola e le loro cose come si faceva cent' anni fa.
Forse non hanno l'acqua in casa, pardon nella scuola, o forse è la loro tradizione; roba da matti.
Bisognerebbe dirgli che l' acqua dei torrenti non è quella di una volta, ma se ne saranno pure accorte; il sapone però è quello del negozio, lo riconosco, ce lo abbiamo in casa anche noi.
Le ho spiate ben nascosto dietro un cespuglio: sono molto chiacchierone e qualcuna canta.
A dire il vero oggi per la casa ho combinato ben poco.

venerdi 27 giugno

fare il bucato al torrente è bellissimo. Laviamo e cantiamo tutte insieme, noi e le donne delle altre famiglie, e così ci conosciamo; abbiamo deciso di fare una festa tra qualche giorno: la faremo di sera, tanto qui dopo le cinque i muratori vanno via e rimaniamo soli, nessuna casa è stata finita e il posto è tutto per noi.
In realtà la sera divento triste, non ci sono ragazze della mia età; guardo il tramonto, questa campagna sterminata e mi sento vuota, come le case che stanno costruendo, vuota e sola.


sabato 28 giugno

Oggi il cantiere è fermo; non so neanch' io cosa sono venuto a fare.
In realtà verso il tramonto mi sono ritrovato nel nascondiglio sperando di vedere le zingare al torrente. E infatti ne è arrivata una; è una ragazza molto giovane, pelle olivastra e capelli neri d' inchiostro.
Non ho capito cosa volesse fare: guardava l' acqua e guardava il tramonto; dalle labbra socchiuse usciva un canto dolce e malinconico; la sua sagoma si stagliava, nera, contro il cielo infuocato e l' acqua sembrava d' argento.
Anche questo posto può essere bello.

sabato 28 giugno:

oggi anche di giorno non c'è stato nessuno; si vede che il sabato non si lavora. Ho visto soltanto un ragazzo che girava dentro una casa quasi finita. Aveva l'aria soddisfatta. Ho pensato che sta per sposarsi e che non vede l'ora di andarci ad abitare; l'ho invidiato.
Al tramonto sono andata al torrente, avevo voglia di piangere.


domenica 29 giugno

Non sono andato al ****, certo, è domenica, cosa ci andavo a fare?
Ma è tutto il giorno che penso a lei, alla zingara.
Non l' ho vista proprio da vicino, non so di che colore ha gli occhi, per esempio, o se i lineamenti del viso sono dolci; e la bocca? per non parlare del resto; conosco solo una sagoma contro il tramonto ed è tutto il giorno che ci penso.
Domani i miei vicini, futuri vicini per meglio dire, hanno organizzato una gara di tiro con l' arco; sono abbastanza bravo, penso che la farò.

lunedi 30 giugno

Ho perso la gara di tiro con l' arco; e solo perchè una freccia l' ho mancata del tutto mandandola addirittura dietro una siepe:
Mi è sembrato, mentre stavo per scoccare, di vedersi muovere qualcosa dietro quella siepe ed ho perso la concentrazione.
La cosa più strana è che poi la freccia non è stata ritrovata.
Al tramonto ho cercato la zingara, ma deve essere rimasta chiusa in casa.

lunedi 30 giugno

Ieri ero disperata. Naturalmente non è venuto nessuno a lavorare e anche noi non abbiamo fatto niente; non si parla più della festa e mio padre ha deciso che tra qualche giorno andremo via.
Oggi invece è successo un fatto stranissimo e non so cosa pensare.
Questa mattina ho visto arrivare alcuni ragazzi con archi e frecce; due hanno montato un bersaglio contro un albero ed hanno fatto una gara.
C'era anche il ragazzo di sabato, mi sono messa dietro un cespuglio a guardarli, mi divertivo come una matta e forse ho fatto del rumore perché a un certo punto proprio quel ragazzo ha mandato una freccia dove ero io, quasi mi prendeva.
Voleva spaventermi? Ancora mi chiedo se mi aveva visto e se voleva prendersi gioco di una povera zingara; spero di rivederlo, gli scaglierò addosso la sua freccia.


giovedi 3 luglio

Festa degli zingari.
questa sera hanno allestito una vera e propria festa con suonatori,canti e danze.
Sono le undici e non hanno ancora smesso.
Sto scrivendo dentro la macchina parcheggiata vicino alla scuola. Da qui li vedo bene; e vedo la zingara.
E' bellissima; alla luce del fuoco sembra infuocata anche lei e canta a squarciagola e balla; si guarda intorno come se cercasse qualcuno.
Questa sera vorrei essere uno di loro, darle la mano e ballare con lei.
Ho con me un disco di canti ungheresi; me ne piacciono due cantati da una voce giovane e roca; si intitolano " Rozsa S. ama danzare" e " Sono un uccello libero, amore mio".

giovedi 3 luglio

Abbiamo fatto la festa!
Sono ancora tutta eccitata e prima di dormire voglio scrivere il diario.
Mia madre mi ha permesso di mettermi un suo vestito, le scarpe con i tacchi e poi mi ha sistemato i capelli e messo il rossetto. Quando mi sono guardata allo specchio non mi riconoscevo e le mie sorelle mi hanno invidiata. Ho cantato e ballato tutta la sera, alla luce del fuoco e gli uomini mi guardavano e ho capito che mi desideravano. Ero rossa per il fuoco, per la vergogna, ma soprattutto per la gioia.


venerdi 4 luglio

Oggi l' ho incontrata: e ho riavuto la freccia.
L' aveva presa lei ed era lei dietro al cespuglio che mi aveva fatto sbagliare.
L' ho incontrata quando non l' aspettavo più; ero appoggiato al tronco di un albero; pensavo ormai di andare a casa quando me la sono vista davanti.
L' ho fissata, ma , come perso, non sono riuscito a guardarla: non so ancora di che colore ha gli occhi, e la bocca com' è?
Alla fine mi sono girato per andare via ed è stato allora che mi ha restituito la freccia, o meglio me l' ha lanciata con rabbia. Perchè?

venerdi 4 luglio

Dopo l'avventura di ieri sera sono diventata coraggiosa.
Ho cercato il ragazzo della freccia e ad un certo punto me lo sono trovato davanti. Peccato non avergli potuto dire quanto lo odiavo per quella sua stupidaggine.
Gli ho scagliato addosso la freccia, per farglielo capire.
Ma subito mi sono pentita e adesso penso che non può averlo fatto apposta. Poveretto, chissà cosa pensa di me, adesso mi piacerebbe conoscerlo, adesso che mi sento una donna vorrei averlo qui….
La luna questa notte illumina il paesaggio, vedo la sua casa, come sarebbe bello!


lunedi 7 luglio

E' tutto cominciato ed è tutto finito!
Sono stato improvvisamente felice, di una felicità immensa e poi altrettanto immensamente triste.
Questa mattina ho visto gli zingari preparare le roulottes, come per andare via.

Lo avevo dimenticato.
Dobbiamo andare via e questa mattina ci siamo alzati prestissimo per prepararci e partire.
E' l'ultimo giorno che passo qui, pensare che ieri sera fantasticavo di sposare quel ragazzo.
Oggi speravo di vederlo e per tutto il giorno ho gironzolato intorno alla casa.


Ho pensato di non vederla più; nel primo pomeriggio sono andato al torrente con una sola speranza e lei era lì, come ad un appuntamento; era lì che si lavava il viso, la camicetta aperta perchè non si bagnasse o perchè potessi vedere?
Ha fatto finta di non accorgersi di me ma ha aperto di più la camicia e ha raccolto i capelli.
Mi mancava l' aria: possibile che andavano via proprio adesso che lei era lì per me.

Ero andata al torrente a lavarmi la faccia e mi sono accorta di lui; si era nascosto e mi guardava.
Avevo la camicetta sbottonata, l’ho aperta ancora di più perché mi ammirasse e lui ha continuato a guardarmi. Per un momento ho sperato che si avvicinasse, ma all'improvviso è scappato via.


Forse mi ero sbagliato la mattina; forse non stavano facendo i bagagli, forse era un' altra cosa.
Mi sono allontanato di scatto, sono andato verso la scuola per avere la conferma che rimanevano, che avrei avuto la zingara per tanti gioni ancora, per sempre.
Nel cortile le auto erano pronte, le roulottes e i carri erano pieni.
Qualcuno ha cominciato a chiamare uno strano nome gitano; gridava in direzione del torrente; la chiamavano e lei mi diceva addio, a modo suo.
L'ho vista arrivare ansante per la corsa, gridava ai suoi qualcosa, mi è passata vicino e mi ha sorriso: ha gli occhi verdi, non me ne ero mai accorto.

I miei mi chiamavano, sono dovuta andare
L'ho incontrato vicino alle roulottes pronte per partire: gli ho sorriso.
Il cielo era infuocato, vedevo il tramonto lì per l'ultima volta.
Allora ho cantato per lui


Contro il cielo rosso fuoco la carovana si allontanava e un canto lento, di una malinconia struggente, si è alzato dalla voce roca della zingara.
Ho immaginato le parole: "Rozsa S. ama danzare; sono un uccello libero amore mio.